Lidia Poët: una pioniera togata

09.08.2022

"L'avvocheria è un ufficio esercitabile soltanto da maschi e nel quale non devono immischiarsi le femmine".

Con queste parole la Corte d'appello di Torino, nel 1883, ordinò la cancellazione dall'albo dell'avvocato Lidia Poët.

Laureata, con il massimo dei voti in giurisprudenza a Torino, Lidia supera l'esame di abilitazione e presenta all'Ordine degli avvocati la domanda per essere iscritta all'albo degli avvocati e dei procuratori legali.

Lidia Poët è stata così non solo una delle prime donne a laurearsi in questa materia, ma soprattutto la prima donna a svolgere la professione di avvocato, in Italia.

È la prima volta nella storia del Regno d'Italia che una donna chiede l'iscrizione all'albo degli avvocati, e l'Ordine di Torino con una decisione storica, accoglie la sua domanda, mancando una precisa regolamentazione in merito.

Scoppia lo scandalo: alcuni avvocati addirittura si dimettono per protesta. Viene valutato anche lo stato civile della Poët, che da nubile non soggiaceva all'autorità maritale: infatti all'epoca era in vigore l'istituto che impediva alle donne sposate di compiere atti giuridici senza il consenso del marito.

Altre motivazioni che vennero poste dall'Ordine contro Lidia furono le seguenti: le donne non potevano essere avvocato perché era inopportuno che convergessero "nello strepitio dei pubblici giudizi", magari discutendo di argomenti imbarazzanti per "fanciulle oneste"; era sconveniente che indossassero la toga sui loro abiti, ritenuti tipicamente "strani e bizzarri"; avrebbero potuto indurre i giudici a favorire una "avvocatessa leggiadra".

Come si può osservare, nessuna di queste motivazioni, come sempre accade quando si discrimina per genere, per razza o religione, ha un vero fondamento che giudichi le capacità professionali e la preparazione di Lidia.

Anche la Cassazione, successivamente adita dalla Poët, conferma l'esclusione delle donne dalla professione di avvocato.

Lidia però ha tutte le qualità per essere un bravo avvocato: intelligente, studiosa, curiosa, caparbia, tenace, appassionata e coraggiosa. Tutte queste qualità però nulla possono contro l'ottusità degli uomini di legge e contro la morale dominante dell'epoca.

Lidia Poët quindi è costretta a collaborare per tutta la vita nello studio legale del fratello, Giovanni Enrico Poët, scrivendo atti difensivi, che comunque non potevano essere da lei firmati e sostenendo tesi giuridiche, che non potevano essere da lei esposte nelle aule dei Tribunali.

Non esercita la professione direttamente, ma continua a lottare viaggiando in tutta Europa per sostenere gli ideali in cui crede: il voto e i diritti delle donne, la difesa delle persone più deboli, degli emarginati, dei minori, il recupero dei detenuti, mostrando di avere idee di straordinaria originalità ed attualità. Insomma, Lidia non si dà affatto per vinta e continua ogni giorno a lottare per se stessa e per tutte le donne. 

La sua battaglia e la sua determinazione sono stati tasselli importanti nella lotta all'emancipazione femminile.

All'età di 65 anni finalmente, nel 1919, riesce a coronare il suo sogno.

Dopo l'approvazione della legge Sacchi, che abolisce il consenso maritale e autorizza le donne ad entrare nei pubblici uffici, diviene finalmente la prima donna in Italia, iscriversi all'Ordine degli avvocati di Torino.

Nel 1939, a 84 anni, la troviamo in prima fila ad assistere all'arringa di Lina Furlan: è la prima donna avvocato penalista che difende in Corte d'assise una giovane brutalizzata dal padre e accusata di infanticidio. La lettura della sentenza di assoluzione sarà seguita da un caldo abbraccio, tutto al femminile, che ancora oggi dovrebbe essere ricordato con grande fierezza e tenerezza da tutte le donne avvocato italiane, alle quali Lidia ha aperto la strada.

Barbara Simona Gottardi